Edizione 2019

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Almerindo Duranti detto "Armadillo"

 
Almerindo Duranti
 

Caro Zito,
ogni tanto vado nel sito della 100 Km del Sahara e con piacere vedo che pian piano si depositano i ricordi, le emozioni vissute da coloro che hanno partecipato alla 6° edizione. E’ un gesto importante, perché rappresenta una finestra su questa gara, unica, e che può, come è accaduto a me, essere determinante per la decisione di parteciparvi. E con questo spirito pertanto, che ho deciso di rivedere gli appunti presi in quei giorni, e rimescolati un poco, alla luce della esperienza fatta, inviarteli perché siano aggiunti agli altri come testimonianza di una esperienza.

mercoledì 10 Marzo 2004. Djerba.
Nell’attesa che il mio compagno di stanza ritorni il suo sopranome è "separè: (una lunga storia dice lui), comincio a scrivere queste note. Non si può più tornare indietro, adesso si può solo andare avanti, ossia correre e camminare, ma soprattutto arrivare alla fine.
La giornata è stata un lungo avvicinamento: prima in treno per arrivare da Pesaro a Roma, poi all’ereoporto di Fiumicino dove tutti i concorrenti si sono riuniti, e quindi sui pulman a Djerba fino al nostro Albergo. A Roma Termini, incontro il Dott. Fulvio Massini e Conserva, che sarà mio compagno di squadra con i "Ronfones" e il migliore degli Italiani (dopo Lambruschini) a fine gara. Scelgo di non restare aggregato agli amici "Pesaresi", ma di aprirmi subito a conoscere tutti, a vivere per viverlo il gruppo, la nuova realtà dei maratoneti, che per me è davvero nuova, questa è la mia prima corsa competitiva in assoluto. Scopro subito di essere in buona compagnia: Gennaro veterano della 100 km. del Sahara, 72 anni. Il grande Lambruschini che anche chi non pratica lo sport, conosce di nome. E decine di giovani e meno giovani che confabulano di corse, scarpe, esperienze. Respiro davvero una buona aria, un ambiente eccitante, che continuo a sentire anche in questo momento, fuori, lungo i corridoi, dove rumorosamente entrano e escono dalle loro stanze i più giovani, i meno stanchi del viaggio.

giovedì 11 Marzo 2004. Campo base di Chinini.
La giornata volge al termine. La mattinata se ne è andata nel viaggio di avvicinamento da Djerba a Chinini, dove, dopo una breve visita al villaggio abbarbicato su per la montagna, sotto la guida del Dott. Fulvio Massini, pranziamo in un piccolo, per la verità l’unico, ristorante presente. A circa 4 Km. dal paese, c’è il campo base, le tende berbere che si chiudono a semicerchio. Miei compagni di tende, la mitica n.20, Giorgio e Luciano di S.Arcangelo, Giampiero di Casalpusterlengo, una coppia di sposi Olandesi, Herman e Karin. Un fatto tecnico-organizzativo ha voluto che Giuseppe Conserva che doveva essere in tenda, venisse spostato per far posto alla coppia di Olandesi. Vengono assegnati i pettorali (il mio è il 49, è di buon augurio visto che è il mio anno di nascita) e poi vengono scattate le fotografie coi pettorali. La sera festa attorno ad un grande fuoco, ballerine, ballerini, serpenti e scorpioni, e stelle, tante stelle su nel cielo. Domani il grande giorno.

venerdì 12 Marzo 2004. Chinini-Garat Eddouiri.
Ieri ho conosciuto Hubert Riva, l’atleta non-vedente che partecipa alla competizione, decido che correrò al suo fianco. Che esperienza: come si fa a descrivere il rapporto che esiste fra l’atleta non-vedente e il suo accompagnatore? Io non lo so descrivere, l’ho vissuto, ed è stata una delle esperienze più forti e delicate che mi sia capitato di provare. Grande Hubert! E’ lui che mi tira su per la "mulattiera", e la sua compagnia mi distrae, non mi fa pensare che sono in fondo alla corsa, anzi, i Km se ne vanno uno dopo l’altro, e senza troppa fatica arriva il traguardo,il mio primo traguardo, il traguardo con Hubert, il traguardo con tutti ad aspettarci e ad applaudire Hubert. Ora so che arriverò fino in fondo, senza patemi, ne paure, con gioia, così come deve essere vissuta e corsa questa grande e unica maratona.

sabato 13 Marzo 2004. Garat Eddouiri-Campo Pozzo.
E’ il giorno che più temo. Bernardi, un’atleta San Marinese che ha corso lo scorso anno, me l’ha descritta come molto pericolosa, perché il tracciato ti invoglia a "forzare" e non ti rendi conto che la sera ci sarà un’altra corsa, la notturna, e che lo sforzo fatto domani, si scontrerà con il Tappone. Corro ancora con Hubert, e la mia esperienza si rafforza. Di fronte a ciò che stà facendo Hubert i tempi, le classifiche, le piccole e grandi ambizioni che circolano per il campo fra i partecipanti, si dissolvono, non hanno senso, scompaiono. Prima della partenza ho comunicato alla organizzazione la costituzione della squadra dei "Ronfones" questi i componenti oltre il sottoscritto: Balle Jorg , Bergamaschi Giampiero, Conserva Giuseppe, Carichino Giorgio, Piscaglia Luciano. Anche gli amici Pesaresi (i fratelli Bastianelli: Gianfranco e Michele, Tecchi e Ripanti) hanno presentato la loro squadra, vi partecipano i due Tunisini. Il nome della squadra è "le canocchie". Le gambe vanno per il loro passo, non sento fatica, non accuso nervosismi, mi godo come consigliato da Bernardi il paesaggio, che muta, che offre continui e repentini cambiamenti, che non ti aspetti certo nel deserto. Mi faccio fotografare in una oasi di margherite! Tutto è come ho per mesi immaginato fosse. Le letture dei resoconti di chi mi ha preceduto in questa avventura, le fotografie delle edizioni passate pubblicate nel sito di Terramia mi rendono un tutt’uno con quello che sto vivendo. Tutto è come descritto e fotografato. Cambia solo che questa volta non leggo, non guardo, ma corro, sono dentro la corsa, sono parte della corsa. Subito dopo il punto di ristoro, un piccolo brivido, incontriamo un cane randagio del deserto. E’ un bellissimo cane bianco. Con sassi e urla lo allontaniamo, e proseguiamo per la nostra meta, l’arrivo. Dopo il pranzo, verso metà pomeriggio, assisto alla sfilata verso la tenda medica di molti compagni di gara, dove Fulvio Massini (gentile e discreta presenza) è curvo sui piedi che presentano vesciche, abrasioni, leggere ferite, oppure strappi, indolenzimenti muscolari. Per tutti, nessuno escluso, un medicamento, una parola di incoraggiamento, un consiglio.

Ore 20.00 notturna.
Le partenze della corsa notturna avvengono in ordine inverso di classifica: gli ultimi partono per primi e viceversa. Io sono fra i primi a partire. Questa sera mio compagno di gara è Tampalini Piermaffeo. E’ un buio catrame. Non si vede un’accidente e per di più la mia pila non funziona. Tampalini è stanco, e forse a causa del vento che ostacola il nostro incedere, vorrebbe mollare. Ci facciamo coraggio a vicenda, camminando più che correndo, e seguendo le torce antivento che comunque non reggono il vento e si spengono. L’importante dico è non perdersi, restare sul sentiero principale. Ci passano a uno a uno quasi tutti i compagni di gara, guasi tutti, non tutti. Per ognuno abbiamo un saluto, e da ognuno è contraccambiato. Che cielo: milioni di stelle che sembra ti caschino da un momenti all’altro sulla testa. Un cielo da mille e una notte. Se Dio vuole, vediamo giù in basso le luci dell’accampamento che abbiamo per circa 10 km. costeggiato a semicerchio sulle colline circostanti. E’ fatta. Quando già sono disteso sotto la tenda vengo a sapere che qualcuno ancora non è arrivato: si tratta di Ripanti, il medico Senigalliese, che è passato davanti al traguardo è non lo ha visto. Peccato. Comunque tutto è bene quello che finisce bene. Una buona e sostanziosa cena, poi a dormire non prima di essermi spalmato le gambe con la crema antidolore.

Domenica 14 marzo 2004. Campo Pzzo-Aouinet Essbat.
La tappa più lunga. Ho dormito bene. Mi sono svegliato una sola volta verso le tre. Ho messo la testa fuori dal sacco a pelo e ho guardato i miei compagni, il cielo, la luna grande e bianca, e il campo addormentato. Le gambe non mi fanno male. Comincio a credere che arriverò fino in fondo. Mi rituffo dentro il sacco a pelo e mi riaddormento. Alle sei il campo si rianima, alle sette con un sasso in una mano e la carta igienica dall’altra, mi inoltro alla ricerca di un cespuglio, un sasso un po’ più grande per i miei bisogni corporali. Così per molti di noi comincia la giornata. Una buona doccia gelida per pulirmi della crema spalmata la notte precedente e per svegliarmi del tutto. Oggi ci sono due ristori. La partenza avviene a scaglioni, un po’ come per la notturna. Io parto col primo scaglione. I marciatori, una decina, sono partiti un’ora prima, esattamente come nei giorni precedenti. Corro fino al primo ristoro con Hubert. E vediamo passare una buona parte dei corridori del secondo gruppo. La mia corsa con Hubert finisce lì. Da adesso sono davvero solo. Ma ormai il coraggio c’è. La sicurezza di farcela anche. Comincio a macinare silometro dopo silometro, arrivo a prendere i marciatori, comincio a vedere e superare qualche corridore. Al secondo ristoro dico di voler mangiare una barretta. Massini che si trova lì, me lo sconsiglia e mi indica una confezione di miele. Ascolto e faccio bene. Corro piano, ma corro, mi dico che Debora, mia figlia, sarebbe orgogliosa di vedermi in questo momento. Mi dispaccio per Pasquina, mia moglie, che avrebbe dovuto essere con me in questa avventura, lei a camminare io a correre, e che non ha potuto venire per un contrattempo non superabile. E’ lunga la strada, fa caldo, ma tutto va bene, lo vedo l’arco blu del traguardo, e per la prima volta, lo passo da solo, (92° di 99) non ultimo, sereno, contento perché adesso so che domani arriverò alla fine. Ho percorso i 35 Km in 5 ore e 36 minuti.

Lunedì 15 marzo 2004. Aouinet Essbat – Ksar Ghilane.
E’ il grande Erg. Indosso le "ghette" verdi, opera di mia sorella Mariangela per proteggermi dalla sabbia, faccio le ultime foto-ricordo, una con Riccardo Fogli, e dopo sono pronto. Ho consegnato la mia valigia al centro del campo, vicino al camion che le trasporterà tutte all’oasi di Ksar-Ghilane alle otto in punto. Adesso c’è solo il deserto, quello che qui al campo è appena abbozzato, ma che a 10 km , esplode in tutta la sua bellezza e natura selvaggia. Quest’anno ci sono 5 km di deserto in più e con orientamento a vista. Non so bene cosa voglia dire, ma mi preoccupa un po’. Chiedo a Gennaro se gli dispiace se corro con lui. Mi dice di no. E allora via. Ce ne andiamo in silenzio uno davanti e l’altro dietro, mangiamo i Kilometri, e ci avviciniamo al deserto. Ed eccolo il deserto. Duna dopo duna, cresta dopo cresta, Gennaro che si arrabbia perché le sue ghette non hanno tenuto, e butta via anche le scarpe. Poi si pente, ma è troppo tardi, non si torna indietro. Fino alla collina davanti a noi, fra i due alberi, poi oltre verso il fortino, e poi giù verso l’oasi. Siamo come formiche, ogni tanto spunta una testa, si alza nelle duna davanti la figura di un corridore. Ma è il deserto, e come gli animali sentiamo l’odore dell’acqua dell’oasi che si avvicina: è fatta, la 100 Km. (ma sono quasi 120) del Sahara si stà concludendo. Arriviamo Gennaro ed io insieme, mano nella mano dopo 3 ore e 47 minuti. La mia prima corsa. Dopo 70 sigarette al giorno consumate per più di trenta anni, è il regalo più bello che mi potevo fare, e me lo sono fatto!
Ciao Massimo, la "tua sciarpa" sventola ancora, e ritornerà nel Sahara l’anno prossimo: ti rivedrò?

Almerindo Duranti detto "Armadillo".

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