Edizione 2019

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Il Commento di Stefano

 
Matalucci Stefano
 

Si fa fatica a non tornare continuamente con il pensiero a quell'incredibile esperienza che è stata correre per 119 km nel deserto.
Ho partecipato alla 100 km del Sahara per un misto di sfida, di follia e di ritorno all'essenza ed infatti ... se devo trovare un solo verbo per descrivere quanto fatto è "essere" e non "correre".
Si ritorna a sfiorare la rudezza delle cose ignude, il silenzio naturale e non forzato e questa è grande parte del tutto. Si corre e tanto ma questo rimane un corollario del verbo principale: per l'appunto "essere".
La dimensione alla quale tutti noi ormai siamo abituati è una artefazione della realtà che l'uomo ha deciso di costruire per lenire sempre più il proprio distacco dalla natura delle cose. Non è filosofia ma è un sentimento che ti pervade forte quando corri ed ancora corri ed ancora respiri per giorni quel pulviscolo colorato buffamente che chiamiamo deserto. Sarebbe importante che quantomento questa artefazione si poggiasse su valori solidi, su ancoraggi naturali ed essenziali, ma non sempre si riesce a trovare un rapporto causa effetto in ciò che si fa. Ed ecco che quindi spesso l'uomo cerca momenti come questo appena vissuto.
Si comincia con il forte impatto del campo lontano anni luce dai confort e dall'accuratezza a cui ci siamo abituati eppure affascinante per come dimostra la capacità di adattamento che l'uomo cela a se stesso. E poi la prima notte nella sospensione del tempo tra un minuto a pensare al passato ed uno in attesa del futuro sotto un cielo stellato senza veli e paura.
Si continua con un conto alla rovescia che precede il primo passo, timoroso, di corsa a scoprire un appoggio insicuro, un terreno sconosciuto ma alla fine solidale.
E poi la prima tappa: una discesa di qualche centinaia di metri e poi due salite tortuose, impegnative, inaspettate, violente. Si arriva in un'altopiano che ti accompagna senza donarti grande tempo per goderti il panorama perchè insidioso nel terreno aspro ed appuntito quasi la terra si fosse rotta lasciando un'infinità di cocci affilati. Ed è già il primo stacco. Il pensiero tra un passo e l'altro è atomico, pulito, lineare. Ci si sente più leggeri ed il clivo che porta al traguardo è leggero come il profumo lontano di ricordi sommersi.
I respiri seguenti non sono affanati ma sorpresi. Istintivamente mi sono girato per verificare che tutta la strada percorsa fosse ancora lì. La partenza era dietro ad una montagna, invisibile, era solo la prima portata il cui retrogusto era scomparso al sorseggiare del Sassicaia dell'arrivo.
Nel campo ho imparato l'esperanto compreso da tutti del condividere il poco ed il tanto, il tutto e l'unico, il momento vissuto e l'attimo oggettivo; una tavola imbandita di pensieri e parole, di consigli e di vita lontana. Tutti avevamo le stesse parole da poter proferire, composte dalle migliaia di passi appoggiati su una terra tanto brulla quanto coerente da migliaia di anni.
La forza, la mia come quella di tanti altri, si trovava lì. Sotto quella tenda. Per la seconda tappa, per la terza, per la maratona infinita ed infinitamente dritta, per le dune soffici e rudi come la vita...fino all'arrivo. L'arrivo, liberatorio e consolatorio, lenitivo ed intimo ma anche circondato dalla convinzione di lasciare in quella terra parte della propria anima.
Incredibilmente la corsa è diventata il propellente, il combustibile e non il camino in cui arde. Dalla corsa la forza per proseguire un kilometro in più nella vita. Per noi, uomini e donne di cemento ed asfalto, di tecnologia e di comunicazione tutto questo è significato ben più di 100 km: non serve una strada per correre come non serve un telefono ed una storia per comunicare. Lapalissiano dirlo ma incredibile è la scoperta di quanto poco scontato sia tutto ciò...
Grazie a tutti voi per aver condiviso con me questi momenti.

Stefano


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