Edizione 2019

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Il commento di Claudio

 
Claudio Capuano
 

Seconda stella a destra, questo è il cammino…


“Se si può sognare, si può fare”. Vorrei cominciare così, con questa frase di Walt Disney per raccontare questa edizione del Sahara 2010.
Quando finii nel 2006 la corsa dolorante, decisi di non fare più queste avventure massacranti “per raggiunti limiti di età”. Ma cosa ti fa quel diavolo di Adriano? Inverte la rotta come un comandante del Titanic e invece di andare a sbattere contro l’iceberg e affondare, lui che fa, carica l’iceberg sulla nave e ritorna indietro. Questa edizione è invertita, si parte da dove ero arrivato stanco e deciso di appendere le scarpe al chiodo. Adriano non solo inverte la rotta ma inventa una gara con quasi tutta sabbia. Lui è capace di portare la sabbia da Modena. Tant’è che si parte alla grande. Il tempo non è dei migliori, c’è vento e pioggia. Strano che nel deserto piova, nell’immaginario di tutti il deserto è assenza di pioggia. Non è così.
Ma perché si corre nel deserto, qual è il motivo che spinge 175 persone a cimentarsi in questa avventura? Io me lo sono chiesto più volte, ma non sono mai riuscito a darmi una risposta esaustiva. A chi me lo domanda, rispondo laconico “Bisognerebbe chiederlo al mio psichiatra”.
Ma cos’è il deserto? Per definizione è la negazione della vita, è assenza, è nulla, eppure 175 persone in brache lo attraversano con il minimo indispensabile sulle spalle: l’acqua. Senza acqua non si potrebbe fare nulla. Per l’ottanta per cento siamo fatti d’acqua, nasciamo e cresciamo nel liquido amniotico, in Australia alcune donne partoriscono dentro l’acqua. Qui nel deserto è il minimo di vita che si possa pretendere per percorrere 100 chilometri. Tornando al deserto, luogo mistico e spirituale per eccellenza: Mosè vide bruciare il roveto ardente; Gesù si ritirò per quaranta giorni e quaranta notti per essere tentato. Il deserto ha visto nomadi, cammelli, beduini, camminatori, gente che si è persa, e come tutte le forze della natura, come il mare, la montagna, anche il deserto ha imposto il suo ritmo, ha dettato il suo decalogo e ha mietuto vittime. E’ il suo mestiere e non si scherza. Non si vive di nulla e il deserto è nulla. E’ immobile eppure si lascia spostare dal vento, è in continuo divenire eppure è sempre lì.
Iniziamo dalla partenza. Sono in tenda ma solo per questa notte con un primario e un altro medico, uomini di montagna tra l’altro. Mi chiedo se i suoi pazienti, la sua caposala, lo vedessero in brache di tela a cospargersi di canfora, chissà che effetto farebbe. Eppure come diceva il grande Totò recitando “A livella”, siamo tutti uguali, o principi o scopini. Qui grazie a Dio siamo vivi, ma non ci sono sconti per nessuno, o primario o altro si dorme tutti alla stessa maniera, si mangia tutti la stessa sabbia e ci si bagna tutti sotto la stessa pioggia. Questa è la formula, prendere o rimanere a casa.
Si parte alle 10.30, è nuvolo, non fa freddo, ma c’è un venticello niente male. Le dune alla partenza esaltano, lo sguardo si perde all’orizzonte, rimango ben presto nelle retrovie e mi gusto meglio questo spettacolo. Per questo sono venuto fin qui. Non mi sono mai reputato un maratoneta. Sono un turista che gustando i paesaggi intorno a sé, muove le gambe. Maratoneti sono quelli che finiscono le gare in 3 ore o qualcosa di più, dopo le 5 ore si diventa turisti. Ho terminato più di 15 maratone sempre marciando a modo mio, non ho mai guardato l’orologio più di tanto. Ho fatto New York, Chicago, la maratona dei Marines a Washington, e molte altre, quando tagliavo il traguardo davo una sbirciatina all’orologio, non per vedere quanto ci avessi messo, ma per sapere se a quell’ora erano aperti ancora i ristoranti per mangiare.
Con Adriano questo problema non esiste. Il pranzo è aperto fino all’ultimo concorrente. Ancora una volta non ci sono primi e ultimi, siamo tutti uguali di fronte al cibo, anche perché sono convinto che chi vince, la natura sicuramente lo ha dotato molto di più e la gioia della vittoria non è poi così esaltante, ma chi arriva faticando come una bestia, lottando contro vesciche, fame e crisi, sicuramente ha una gioia maggiore, proprio perché è andato oltre i suoi modesti limiti. Comunque vedendo la corsa dalle retrovie, si è abituati a vedere le schiene degli altri corridori, e quando si allontanano, diventano dei punti di riferimento mobili, appannati dalla fatica, che appaiono e scompaiono come la fata morgana, come dei miraggi, secondo il sali scendi delle dune. Arrivo al 13 Km, al “rinfresco” (io lo chiamo così, non lo chiamo “ristoro”). Che cosa sarebbe questa corsa senza il the della Patty!! E mi viene in mente la canzone di Bennato “L’isola che non c’è” e me la canto tra me e me, cambiando un po’ le parole, e la canzone diventa così: “Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al Fortino, poi la sabbia la trovi da te, lì c’è Patty con il the…” Al “rinfresco” c’è anche la figlia di Adri e Patty, Annalisa, persona gentile e bella che indossa un paio di occhiali più grandi di lei, fa tenerezza, e il suo volto da cerbiatto contrasta con l’asperità del luogo. E’ raro oggi trovare dei giovani educati, e lei lo è.
L’altra metà della gara è dura, sassosa, per divenire alla fine di nuovo sabbiosa. C’è tempesta di sabbia. Il campo finalmente si vede, si tocca. E’ fatta. Mi informo dove è la mia tenda. Mi dicono che è la numero uno. C’è molto vento e osservo con leggero imbarazzo la mia tenda che è diventata un telo orizzontale al terreno, tenuto da dei picchetti. C’è una tempesta in corso, gli altri lati della tenda volano e sono sospesi per aria, osservo attonito l’orizzonte attraverso la tenda. Dovrei dormire lì sotto. Non importa. Ho fame e con il ventre pieno si ragiona meglio. La prima tappa comunque è fatta. La tempesta di sabbia viene messa a tacere da un buon pranzo. Adriano ci aveva avvisato: bisogna prendere il tempo che viene.
La seconda tappa vola via come la tenda berbera, come un fulmine balenante. Si corre sempre sulla sabbia (ma il mare non si vede mai). Il cibo qui non manca ed è buonissimo, penso di aver preso qualche chilo, non sono abituato a mangiare tanto, specialmente la sera, ma qui è indispensabile. Domani sarà un giorno un po’ speciale: si corrono 42 chilometri e bisogna fare provviste come i cammelli. Parto alle 8.30 a classifica rovesciata, gli ultimi sono i primi (che non è una citazione evangelica) ma per facilitare i più lenti a terminarla in tempo utile senza scomodare la notte. Fa fresco la mattina, sono freddoloso, vorrei coprirmi di più, ma confido nel sole e nella temperatura che sicuramente salirà. E ci azzecco per una volta. Dopo pochi chilometri, infatti, raggiungo la temperatura ottimale. E’ una splendida giornata di sole. Il paesaggio è splendido, si corre proprio sulle dune, una sensazione unica, da delirio psicomotorio. La corsa è molto lunga. Dopo il “rinfresco” ai 15 chilometri inizia un tracciato più umano, meno sabbioso, e meno devastante per i quadricipiti. I pensieri si affollano nella mia piccola testa, non vorrei arrivare ultimo. La maratona è la regina di tutte le corse, e correrla sulla sabbia si allungano ancora più i tempi che già non sono normalmente brillanti. Ho la velocità di un bradipo e ne sono consapevole. Ai 33 chilometri c’è la Patty con il thè, chiedo se c’è un pullman o un bus che porti all’arrivo, lei sta allo scherzo e mi risponde che è appena passato. Ingurgito una quantità di the da spaventare un cinese e riparto, mancano 9 chilometri, ma sembrano altri 33. Che ha combinato Adriano, ha portato la sabbia da Modena? Troppa sabbia, ha sbagliato dose. Qui ha esagerato, ne ha messa troppa. Si affonda. Si arranca a stento, non ho punti di riferimento non avendo più sul display dell’orologio il chilometraggio perché me l’ha starato un mio compagno di tenda (ne parleremo alla fine). Devo andare a naso, non riesco a capacitarmi di quanto manchi, non vedo altro che bandiere arancioni, ma dell’arco azzurro dell’arrivo neppure l’ombra. L’arancione è il mio colore preferito, e Zito quest’anno ha fatto anche delle magliette arancioni, adoro queste bandiere arancioni, me le porterei anche a casa, ma benedetto Adriano, dove hai messo stò arco de trionfo azzurro? Dai fallo comparire. Una curva e poi un’altra, e un’altra ancora. Sabbia ancora sabbia, fortissimamente sabbia, e dopo uno zig-zag vertiginoso, si vede in un pezzetto di cielo, un angolo azzurro. Non sono sicuro che sia l’arrivo. Nel deserto a volte vedi cose che non ci sono. O è un cammello con la gobba azzurra (e lo escluderei), o è l’arrivo. Qualche passo in più, allungo il collo e mi accerto che è veramente l’arrivo. Brucio le ultime riserve, ed è un brivido, un sorriso, un sorso d’acqua calda. Il tempo si ferma e anch’io mi fermo. Il ristorante a quattro stelle mi aspetta. Inglobo del cibo squisito e adesso sono qui sul materassino a scrivere queste modeste parole. Peccato che qui si parli solo di numeri e di tempi. “Quanto hai fatto? Quanto a chilometro?, Quanto per domani?, Che numero sei in classifica?” Peccato, che non si parli di altro: per esempio se hai respirato questo silenzio dove l’anima si rinfranca, o se il deserto ha scolpito la sua storia dentro il tuo spirito. Diceva un poeta: “Dare un senso alla vita può condurre a follia, ma una vita senza senso è la tortura dell’inquietudine e del vano desiderio. E’ una barca che anela al mare, eppure lo teme”.
C’è un racconto africano che mi piace narrare: dei viaggiatori guidati dagli uomini del deserto dopo giorni e giorni di cammino, furono costretti a fermarsi. I viaggiatori chiesero il perché di quella sosta forzata e gli uomini del deserto risposero: “Abbiamo camminato troppo in fretta, dobbiamo aspettare che le nostre anime ci raggiungano”.
Ultima tappa di 23 chilometri. Non è una gita fuori porta, e si vede subito. Tutta sabbia e dune. Da delirio! Personalmente è il top. Questo giorno è più bello degli altri, anche della maratona stessa, perché inspiegabilmente mi ritrovo a mia insaputa a correre meglio sulle dune sali e scendi che sul duro sassoso. Misteri dei bradipi! Tornando alla tappa, non è una passeggiata. Dopo la maratona, Adriano poteva scegliere una corsetta leggera, tanto per accontentare il suo pubblico. Invece no, l’ha fatta ancora più impegnativa. E per fare una citazione evangelica “Tutti danno il vino buono all’inizio e quando si è un po’ brilli, si serve il vino meno buono, tu invece hai tenuto il vino buono anche alla fine”. Adriano poteva darci una corsetta e nessuno certo si sarebbe lamentato, visto che alla fine della maratona di ieri al campo c’erano più persone zoppicanti e incerottate che in un pronto soccorso la notte di capodanno. Invece Adriano non abbassa la guardia e ti regala un’ultima tappa da scavallare dune belle e soffici, per cui affondi ancora di più. Sembra di correre sul borotalco. Incontro un dromedario che mi osserva e mi punta. Penso subito che mi voglia caricare (visto che in Senegal durante una corsa sempre con Adriano fui caricato da un toro per duecento metri). Sussurro al dromedario che non è il mio tipo e lui fa qualche passetto verso di me. Lo sguardo mi va alle sue zampe e noto che gliele hanno legate con una corda, per questo cammina così piano. Forse lo fanno per non farlo scappare. Lui accenna a piccoli passi verso di me, sembra Carla Fracci a fine carriera. Mi guardo d’istinto i miei piedi per vedere se anch’io ho le gambe legate e vado piano per questo…
Si continua, fa caldo, e ormai di bandiera in bandiera, di respiro in respiro, di duna in duna si intravede qualcosa di umano, di civile, di città. L’ultimo pezzo è sull’asfalto verso l’albergo. Si arriva, medaglia al collo, un abbraccio a Martina, ad Anna, thè, crostata, una lacrima dignitosa, un pensiero a chi non c’è più ma ci osserva e ci benedice, maglietta straordinaria come ricordo. Poi finalmente una doccia che lava via la stanchezza ma non i ricordi, un letto e la serata di festeggiamenti, acrobazie a dorso di un cavallo con la complicità anche di bambini già addestrati all’impossibile. Edizione nettamente superiore a quella del 2006. Il suo staff solo non cambia. Straordinario era ed è rimasto tale. Un grazie alla sapiente cucina con i granitici Pepe, Franco e Alle, ai medici senza frontiere Sandro, Giusy Manu, a Max l’uomo internet, ai cronometristi Paolo e Stern, a Carlo e Angelo, a Laura e al marito apripista, alle splendide donne capitanate da Patty dagli occhi di brace, con due fari al posto degli occhi, ad Annalisa, Martina, Anna, la dolcissima Natascha a Susan che tutti volevano come massaggiatrice… chissà perché…a Davide che passava sempre con il Quod vicino a me per sincerarsi che stessi ancora respirando, a Claudio mio omonimo. Ai fotografi Mauro, Bengio e Carlo. Perdonatemi se mi sono scordato di qualcuno. Un grazie a tutti.
E adesso permettetemi un saluto ai miei compagni di tenda. HO VISTO COSE CHE VOI UMANI NON POTETE NEANCHE IMMAGINARE…. Un saluto a Marco russatore professionista con tanto di laurea nel russare, più devastante di un concerto degli U2 in piena notte. Inarrestabile nel suo ronfare, non avrebbe smesso neanche con l’intervento dei CASCHI BLU dell’ONU. Confesso che ho pensato più volte di soffocarlo con il cuscino come l’indiano soffocò Jack Nicholson nel film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”. Un saluto all’altro Marco che tutti i pomeriggi parlava di donne, si massaggiava per ore le gambe depilate come una soubrette e si attaccava agli elettrodi del Compex con la speranza di mettersi in moto…un saluto particolare a Edwin che mi ha starato completamente l’orologio POLAR da 200 euro, che prima del suo intervento perdeva qualche chilometro e dopo che lui ci ha messo le mani, alla fine della maratona segnava che avevo fatto in totale 2 chilometri e 800 metri. Da strangolarlo con i lacci delle scarpe con il chip attaccato. In più era riuscito a cambiare pure l’ora e adesso avevo l’orario con il fuso di Tokio. Lo ringrazio sentitamente anche a nome della mia famiglia.
E poi, ovviamente, tornando seri, un grazie di cuore al grande Adriano che, non è retorica, per me è un fratello caro, ci vediamo poco, ma quando ci incontriamo, c’è subito empatia e simpatia, siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Con lui ne ho fatte di corse.
Alla fine ho chiuso la mia avventura in 15 ore (dietro di me ancora dieci persone) nel 2006 avevo superato le 20 ore. Nonostante tutto sono migliorato.
Per concludere questo mio lungo resoconto, scomodo Alessandro Manzoni dei Promessi Sposi che dice: “Questa conclusione, m'è parsa così giusta, che ho pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia. La quale, se non v'è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l'ha scritta, e anche un pochino a chi l'ha raccomodata. Ma se invece sono riuscito ad annoiarvi, credete che non s'è fatto apposta.”
E poi, prima di incorrere in sanzioni troppo gravi, vorrei dire a proposito delle persone che corrono come noi nel deserto e che ci chiamano pazzi, fuori di testa, forse hanno ragione, o forse no, dipende dai punti di vista, la vita è uno stato mentale, ma come conclude la canzone di Bennato “L’isola che non c’è”: “Chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle, forse è ancora più pazzo di te”. Alla prossima Adri !
Con affetto. claudio capuano

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