Edizione 2019

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La mia prima maratona

 
Giovanni Ferlinga
 

3’TAPPA BIR EL GHIF - BIR LECTAYA KM. 42 . Douz, 13 Marzo 2010


LA MIA PRIMA MARATONA


Altra notte insonne, ad ascoltare il vento, ad aspettare un’alba che non arriva mai. Finalmente le note di Aisha risvegliano un campo che non può dormire. Tanti sorrisi ma poche parole. Subito in cucina a fare il pieno di energie, poi in tenda a sbaraccare. Gesti precisi quasi in automatico, in pochi minuti la sacca è pronta, ma prima di consegnarla chissà quante volte la riaprirò; i cambi dell’ultimo istante, ancora due cosette da mettere nello zaino. L’ultimo controllo al Camelback. L’acqua c’è, il kit survival è a posto. Il tempo non passa mai, chiamano per la spunta. Controllo per la centesima volta lacci, chip e tesserino, un abbraccio coi compagni della tenda 30. La tensione, l’emozione e l’adrenalina litigano per il primato. Una preghiera guardando l’orizzonte, sei solo, in mezzo a tanti ma solo. Finalmente lo sparo, come una liberazione, ora si fa sul serio.

Il primo tratto è in leggera salita un po’ duro su dune bianche, bellissime ma si affonda un po’. Verso il 5’Km passiamo ad una “pista” meno soffice con tante dunette trasversali ma abbastanza compatte. Il percorso tende ancora a salire, continui cambi di scenario. Battiti e respirazione dopo il picco iniziale si sono stabilizzati, sembra che tutto vada per il meglio. Procediamo con un buon ritmo zigzagando fra centinaia di dunette. Corriamo a fianco ora di uno ora di un altro, man mano che la fatica si fa sentire la tensione scompare. Ci si scambia qualche informazione sul percorso, qualche incitamento, qualche imprecazione.
I primi ormai sono già lontani ma và bene così.

15’ Km ristoro e controllo. Si sale ancora, improvvisamente si gira secco a sinistra e si và su un altro tipo di fondo, una pista più grande, un misto di sabbia soffice e sassi, passano un paio di camion tipo “Parigi Dakar” ci salutano con il clacson e ci passano ondeggiando paurosamente su una pista che si perde all’orizzonte. E’ arrivata. E’ crisi nera. Cammino per circa un Km, provo a correre di nuovo ma mi sento vuoto. Mi raggiunge un vicino di tenda (Mario) mi incita più volte a seguirlo, ci riprovo. Per un po’ tengo il passo a fatica, poi le gambe cominciano a girare. Cerco di bere il più possibile nei pochi tratti in discesa, prendo coraggio,in 4 o 5 km riprendiamo quelli che mi avevano passato prima. La pista a saliscendi continua in un paesaggio quasi lunare. Abbandoniamo anche questa pista girando decisamente a destra. Il sole ormai è alto nel cielo, ed ora dà fastidio sul serio, si suda e si beve di continuo, una tavoletta sotto la lingua per un po’ di energia,ora và meglio…
Il Garmin scandisce i km col suo suono stridulo, tra la mia incredulità, tengo. Mi ritrovo davanti a Mario senza quasi accorgermene e subito mi dice di non aumentare il ritmo,”obbedisco”. La sabbia ora è più compatta, qualche cespuglio quasi verde. Dromedari liberi ci passano vicino. Dove le distese si allargano di più, ognuno cerca “la sua” strada migliore, punti colorati sparsi un po’ ovunque,è bellissimo.

34 Km secondo ristoro. Il tempo x la punzonatura, bevo, prendo alcuni datteri e mi avvio camminando, lui si ferma un po’ di più, quando mi raggiunge riprendiamo a correre insieme. Corriamo insieme da una ventina di km e aumentiamo ancora. Al 39 km lui prova a prendere alcuni che ci precedono, aumenta ancora , provo a seguirlo ma non c’è né più; Come se non bastasse gli ultimi km sono veramente un calvario, si affonda tantissimo.
Un ultimo incitamento un saluto e ci separiamo. Corro piano ora, a tratti cammino, è buio di nuovo ma bisogna andare,con la rabbia, con la cattiveria, mi ritrovo a mordere il succhiotto del camelbak.
Ma fa male un ginocchio, gli altri dolori ora non li sento più. Sono sfinito, fradicio, ma il cuore ormai è già la oltre la porta blu. Vorrei fermarmi un momento, ad aspettare la mia anima, a piangere qualche lacrima di gioia, a piangere qualche lacrima di dolore, ma bisogna andare, là, oltre la porta blu c’è il mio cuore che mi aspetta.
Ormai ci sono, basta allargare le braccia e farsi portare dal vento del deserto.
Urla di gioia e di incitamento ci accolgono, abbracci tra il sudore e qualche lacrima di chi ci ha preceduto.

Tutto ok chiede il dottore? Tutto bene? Chiede un altro dello staff?
Rispondo con un cenno della mano, va bene,va bene penso, adesso mi ricordo anche il mio nome; si ora và proprio tutto bene.
Ringrazio Dio e prometto che sarò umile e modesto, ma DOMANI però, perché oggi sono il più GRANDE.

Giovanni Ferliga





PS Molti mi hanno chiesto cosa accomuni un runner al deserto,e in fondo me lo sono chiesto anch’io . Ho considerato varie ipotesi, ma le vere ragioni le ho scoperte qua. La bellezza dei luoghi, il fascino del deserto, la luna d’Africa, il mettersi in gioco in una sfida proibitiva.
C’è una ragione però che ho fatto mia in modo particolare ed è il vento. Il vento misterioso del deserto, cosi imprevedibilmente strano, calmo o impetuoso, caldo o freddo, cosi magico ecco.
Ma in fondo chi di noi runners non si sente figlio del vento?
Che belli questi runners.


PPS Un abbraccio ed un ringraziamento a tutti gli organizzatori ed ai compagni di avventura
Un abbraccio speciale alla Daniela Gilardi e alla Luisa Zecchino campionesse nella vita prima ancora che nello sport. Bravissime.
Cosa dire agli sfigati della tenda 30?
I due normali, erano in viaggio di nozze……
Figuratevi gli altri…..
Scherzi a parte,volevo dirvi che abbiamo condiviso una storia più grande di noi ,un ricordo indelebile, scritto nell’anima. A me comincia a mancare la sabbia sul fondo del bicchiere ,e voi , siete pronti per la prossima?

Ciao

Giovanni

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